Il calcio pirata: perché l’Italia ha un problema che non si risolve solo con i blocchi
Italia, Francia, Regno Unito, Germania, Spagna e Stati Uniti: cosa c’è davvero dietro la pirateria delle partite?
C’è una domanda che merita di essere posta senza ipocrisia:
perché milioni di persone cercano ancora di vedere il calcio attraverso canali illegali, nonostante piattaforme ufficiali, abbonamenti, controlli e sistemi sempre più aggressivi di contrasto alla pirateria?
La risposta più semplice è: perché vogliono vedere le partite senza pagarle.
Ma è una risposta incompleta.
La pirateria sportiva è anche un fenomeno economico. È il risultato dell’incontro tra prezzo, disponibilità del prodotto, frammentazione dell’offerta, reddito disponibile, tecnologia e percezione del consumatore.
E l’Italia rappresenta uno dei casi più interessanti.
Prima di tutto: l’Italia è davvero il Paese europeo con più pirateria calcistica?
Non esattamente.
I dati disponibili non permettono di affermare seriamente che l’Italia sia il Paese europeo dove la pirateria sportiva è più diffusa.
Secondo l’indagine FAPAV/Ipsos relativa al 2024, il 15% della popolazione adulta italiana ha fruito illegalmente almeno una volta di sport live. Il calcio è il contenuto sportivo piratato più rappresentativo, davanti a Formula 1, tennis e MotoGP. (Fapav)
In Francia, invece, l’Arcom ha rilevato che nel 2024 il 18% dei francesi ha consumato illegalmente programmi sportivi trasmessi in diretta. Il 16% ha utilizzato siti di live streaming e il 12% IPTV illegale, con possibilità di sovrapposizione tra le due categorie. (Arcom)
Quindi il problema non è semplicemente:
“Gli italiani piratano più degli altri.”
La domanda più interessante è:
“Perché il calcio italiano genera una domanda così forte di accesso illegale, nonostante l’enorme investimento fatto per combatterla?”
Ed è qui che comincia la vera analisi.
1. Il calcio non è un prodotto qualsiasi